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“SCOUTING FOR BOYS: CENTO ANNI DOPO”

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ARS - associazione ricerche storiche

“SCOUTING FOR BOYS: CENTO ANNI DOPO”

Il Circolo Gymnasium e l’ Associazione ricerche storiche (A.R.S) hanno promosso una tavola rotonda pubblica sul tema: “SCOUTING FOR BOYS: CENTO ANNI DOPO”. L’incontro ha avuto luogo martedì 25 marzo, ore 18.30, presso la sede del Gymnasium. Il presidente del Circolo Alessandro Giadrossi ha introdotto i lavori e presentato i relatori: Lucio Vilevich (moderatore del dibattito), Giuliana Bagliani, Alessandro Flego, Gianna Grandis e Luigi Milazzi.

Lucio Vilevich Nel ringraziare i relatori che hanno voluto aderire a questa iniziativa e tutti coloro che con la loro presenza dimostrano l' importanza che attribuiscono alla ricorrenza del centenario della fondazione del movimento Scout, ritengo sia opportuno citare anzitutto la relazione che Nicola Barbieri ha presentato al convegno di Reggio Emilia nel 2005 e che riassume esemplarmente gli essenziali contenuti del metodo di Baden-Powell, riferiti all' attuale situazione sociale ed educativa:

ATTUALITA’ DEL METODO SCOUT DOPO 100 ANNI Come molte figure del mondo educativo del tardo Ottocento e del primo Novecento, Baden-Powell non può essere considerato un pedagogista, cioè un teorico dell’ educazione, ma un educatore (geniale) che, alla luce di alcune considerazioni personali, ha riflettuto su certe esperienze (nel nostro caso l’ addestramento militare) e ne ha messe in cantiere delle altre (l’ educazione scout). Non esiste quindi una convalida scientificamente fondata del suo metodo educativo, ma nonostante questo lo Scoutismo esiste ancora, esiste in tutto il mondo (nei movimenti maschile e femminile), esiste in modo molto simile a quello originario. Ci sono alcuni punti fermi del metodo delineato da Baden-Powell che, pur declinati in modo diverso, sono ancora validi: per comodità espositiva, li riassumo parafrasando le parole di B.P. in alcuni, che sono: - il guidare da soli la propria canoa; - il crescere come individui in piccoli gruppi; - l’ imparare facendo; - il crescere a contatto con la natura; - il prepararsi a migliorare il mondo che si è trovato.

Il guidare da soli la propria canoa rimanda all’ idea di essere sempre responsabili di ciò che si stà facendo e di come si stà vivendo, fin dall’ infanzia: essere capaci di non buttare la carta per terra in una gita scolastica nella quale tutti gli altri lo fanno è per un lupetto di 10 anni l’ equivalente esistenziale di un giovane adulto che fa le sue scelte di vita fondamentali (un lavoro, una famiglia, un impegno civico). L’ idea di Baden-Powell, a mio avviso, è ancora più efficace in quanto proveniente da un esperto di vita militare, nella quale non sempre si ha modo di guidare da soli la propria canoa, e spesso invece ci si trova “intruppati” (è proprio il caso di dirlo) in entità superiori.

Ma il punto precedente, uscendo dalla metafora della canoa, è da leggersi in stretta relazione anche con un’ idea sociale di crescita e di autoeducazione: il metodo scout prevede di crescere come individui in piccoli gruppi (parlando di un reparto di esploratori/trici, non più di 30 per ogni unità, non più di 7 per ogni pattuglia). Se questo era vero ai primi del Novecento, quando i manuali di storia collocano la nascita della cosiddetta “società di massa”, questo è ancora più vero oggi, in cui i gruppi in cui crescere non sono piccoli (una classe scolastica non lo è) o se sono piccoli, come un gruppo dei pari tipo “ragazzi del muretto”, non sempre sono gruppi in cui si cresce. E come si cresce, secondo Baden-Powell? Nel clima dell’ attivismo pedagogico, e in parallelo con esso, Baden-Powell intuì che si impara a cresce se si impara a fare qualche cosa, non replicando gesti o facendo ciò che altri dicono di fare, ma pensando a che cosa fare in vista di uno scopo riconosciuto come dotato di valore ed attrezzandosi per raggiungere quello scopo. Oggi, in una scuola e in una società che con l’ esplosione dei saperi è diventata una grande enciclopedia globale, sono sempre meno gli spazi in cui è possibile mettersi in gioco in situazione: ancora oggi capita di vedere in giro, durante le vacanze, bambini e ragazzi che hanno studiato la nomenclatura botanica e non sanno abbinare il faggio del manuale al faggio presso il quale passano in gita con i genitori. Il metodo scout cerca (e non sempre riesce) a fare imparare qualcosa facendo, facendo vedere, facendo sentire, facendo gustare, facendo vivere e sperimentare sulla propria pelle

L’ idea di Baden-Powell era che si imparasse facendo il maggior numero di cose possibili in mezzo alla natura. La natura di Baden-Powell era una natura ancora in parte inesplorata, o comunque lontana, esotica, misteriosa: la nostra natura è una natura ormai ben conosciuta, sempre più antropizzata e, per certi versi, in grave pericolo di estinzione, di distruzione, di danneggiamento. Vige ancora quindi il principio di farsi carico di questa natura, di difenderla nel piccolo (il piccolo parco pubblico di fianco a casa) e nel grande (l’ attenzione ai problemi ecologici, l’ educazione ambientale). E’ un farsi carico però non libresco e nemmeno televisivo, ma vissuto sul campo in prima persona.

E come completamento della vita nella natura, e della capacità di mettersi alla prova in situazioni particolari (senza la luce elettrica, senza telefono cellulare, ecc.), Baden-Powell indicò, con grande efficacia nel suo ultimo messaggio, la strada di prepararsi a migliorare il mondo che si è trovato. Quindi lo scoutismo non era e non è una fuga dalla realtà quotidiana (specialmente se quella di una grande città), ma un vivere appieno nel mondo in cui ci si è trovati, nel suo ambiente naturale e nelle sue istituzioni sociali, politiche, culturali. A coloro che hanno un’ immagine di Baden-Powell e dello scoutismo come di un individuo e di un movimento troppo segnati da un patriottismo di derivazione militare, mi permetto di ricordare che mentre allo scoppio della prima guerra mondiale B.P. invitò i suoi scout a fare ciò che la patria diceva loro di fare (e questo comportò, per esempio, che scout tedeschi e scout francesi si uccidessero a vicenda sul fronte occidentale), allo scoppio della seconda B.P. fece una riflessione più generale contro la sciagura della guerra, il che mostra a mio avviso un atteggiamento di chi non accetta il mondo così come gli viene propinato da chi ha in mano le leve del potere.

In conclusione, ritengo che le intuizioni alla luce delle quali Baden-Powell propose a 30 ragazzi di vivere un’ esperienza di campo nell’isola di Brownsea, 98 anni fa, siano ancora valide, anche se declinate secondo la sensibilità odierna e adattate alle condizioni di vita di questi primi anni del terzo millennio.

Luigi Milazzi

CENTO ANNI DI SCOUTISMO

Lo sviluppo economico sociale Nel corso dell' 800, fino ai primi anni del 900, lo sviluppo industriale e le grandi costruzioni edilizie legate alla crescita delle città con il conseguente inurbamento delle popolazioni agricole, la immigrazione dalle zone più arretrate verso i grossi centri industriali, provocarono situazioni di grave disagio specialmente tra il proletariato urbano alle quali bisognava provvedere urgentemente con mezzi adeguati. Il grande sviluppo dell’ industria e di conseguenza la crescita a macchia d’ olio delle città avevano portato alla ribalta due problemi di grande rilievo sociale, strettamente connessi tra loro. Il primo riguardava le conseguenze dell’ inurbamento delle popolazioni rurali sui ragazzi e sulle ragazze delle famiglie povere, il secondo la trasformazione della scuola e dell’ insegnamento in generale. In questo periodo si era andata avvertendo l' esigenza di un' educazione nuova che meglio rispondesse alle trasformazioni che la società, sotto l' influenza degli sviluppi della tecnologia e quindi dell' economia e delle strutture di base, andava assumendo.

I nuovi orientamenti educativi L' autoritarismo e la rigidità dell' insegnamento, nonché il formalismo portato, alle volte, in ambienti come quello vittoriano ad eccessi che sviluppavano sistemi di violenza e di sottomissione, per cui le scuole potevano sembrare vere e proprie anticamere della caserma, non potevano più essere accettati. E ciò soprattutto perchè in netto contrasto con quegli elementi preziosi che stanno alla base dello sviluppo di qualsiasi interesse nei giovani, che, come si veniva affermando proprio in questo periodo, è alla base di ogni processo educativo. All’ interno dei paesi di cultura europea, erano stati intrapresi (sulla scia del Rousseau e del Pestalozzi) studi speculativi e sperimentali sull’ infanzia e sull’ adolescenza. Ricordiamo, tra coloro che diedero vita al rinnovamento speculativo pedagogico, Edoaedo Claparède (1873-1940) in Svizzera, Ovide Decroly (1871-1932) a Bruxelles, Maria Montessori (1870-1952) in Italia, Alfredo Binet (1857-1911) in Francia, Stefano Hall (1846-1924) negli Stati Uniti. (La Montessori e Decroly vengono spesso collegati al movimento scout). Erano nate su questo slancio delle nuove scuole. Cecil Reddie, che aveva studiato in Germania, nell' assumere il principio herbeertiano dell' interesse come condizione di ogni vero apprendimento, diede vita ad un famoso collegio nel 1887, la scuola di Albotsholme nel Derbyshire, dove si cominciarono a svolgere molte di quelle attività extrascolastiche di carattere tecnico, sociale, estetico di cui si fà oggi pieno uso nella didattica, e che noi troveremo ampliamente sviluppate nelle numerose iniziative dei Ricreatori comunali di Trieste, che saranno aperti solo 20 anni dopo questo esperimento pedagogico. Dall' esperienza di Reddie presero i1 via in Germania le "case di educazione di campagna". In una di queste comunità fu educato Adolphe Ferriere che doveva diventare un entusiasta organizzatore di iniziative educative e l' autore del termine "scuola attiva" che tanta fortuna incontrerà successivamente, con la realizzazione di un sistema di autogoverno dei ragazzi e l' introduzione del lavoro come strumento educativo.

Il problema giovanile La necessità di un grande rinnovamento dell’ istruzione nelle istituzioni e nei metodi, era sorto, mentre, come detto, si imponeva sempre più inquietante il problema giovanile come fatto sociale di grande ampiezza: tralasciando il tenore di. vita e le condizioni ambientali di lavoro, sarà sufficiente ricordare, prendendo l’ esempio di Trieste, che nelle manifatture l' orario di lavoro, salvo rarissime eccezioni, variava dalle 16 al le 17 ore giornaliere, dalle 5 o dalle 6 del mattino fino alle 10 di sera, salvo un breve intervallo per il pasto, e ciò sia d' estate che d' inverno. La frequenza scolastica era molto bassa e di conseguenza i ragazzi di famiglie occupate tutta la giornata erano abbandonati a se stessi. Per questo motivo la storia delle istituzioni educative dell’ Ottocento si svolse in parallelo alla storia del sorgere di numerose iniziative umanitarie in favore dei fanciulli abbandonati e dei ragazzi costretti al lavoro in tenera età o al vagabondaggio, come pure dì istituzioni ricreative e di doposcuola, che nel corso di quel secolo, fino ai primi anni del Novecento, furono proposte e realizzate in molti paesi con diversa fortuna.

La strada I ragazzi delle famiglie operaie e del sottoproletariato quando non erano ancora impegnati in un lavoro, spesso disertavano la scuola e costituivano vere e proprie “bande”, che preoccupavano seriamente le autorità e la cittadinanza stessa. La strada, che De Amicis aveva definito una componente necessaria della vita, fonte essenziale di civiltà, lungi dall' essere tale, diventava per questi ragazzi, che in termini attuali potrebbero essere definiti dei veri e propri emarginati sociali, un pericoloso elemento di dissoluzione morale. Il fenomeno era tanto grave che già nell' ultimo decennio dell' Ottocento venne dibattuto ampiamente sui giornali e dagli stessi educatori. A1 riformatorio, alla casa correzionale, che da più parti venivano richiesti per i ragazzi discoli, già allora però alcuni più lungimiranti proponevano la ricerca di mezzi che prevenissero anziché reprimere il sorgere della delinquenza minorile, convinti che le cause non fossero "connaturate" ma piuttosto dipendenti dalle situazioni ambientali di grave disagio.

Le iniziative educative e umanitarie Numerose furono le iniziative che sorsero proprio per fronteggiare questa situazione. Accanto alla Scuola nacquero moltissime importanti istituzioni e iniziative pratiche con il fine di salvare i giovani dalla strada e di preservarli dai pericoli che presentavano il loro precoce ingaggio nel mondo del lavoro e il fenomeno massiccio dell’ urbanesimo. Giuseppe Mazzini fu uno dei precursori anche in questo campo con la fondazione a Lontra nel 1841 della scuola gratuita di Hatton Garden, un quartiere a forte presenza italiana; nata in parte per gli adulti, furono accolti in grande numero soprattutto i giovanissimi suonatori di organino e i bambini venditori di cianfrusaglie, importati dall' Italia da imprenditori italiani privi di scrupoli che li avevano acquistati dalle loro famiglie e li trattavano come schiavi. In Italia a Torino Don Bosco aprì il primo oratorio salesiano, con gli stessi scopi, iniziativa che avrà un grande successo e si estenderà rapidamente in tutta Europapa. In Inghilterra si costituirono i clubs della Young Men's Christian Association (YMCA) e le Boy’s Brigades di William Smith. Il movimento della YMCA era stato fondato a Londra nel 1844 da George Williams e da un gruppo di suoi amici cristiano-evangelici. Si trattava di persone intelligenti, preoccupate dalla mancanza di attività salutari per i ragazzi in grandi città come Londra. Le alternative per i più grandi erano spesso le taverne e i bordelli. Sir W. Alexander Smith fondò nel 1883 a Glasgow le Boys Brigade, mentre un' altro Scozzese naturalizzato Canadese, Ernst Thompson Seton sarà il fondatore dei cosiddetti "Woodcraft Indians" già nel 1902, anticipando di alcuni anni i “boy scouts” di Baden Powell.

Un movimento più gioioso Si presentavano in questo modo alla ribalta della storia i primi club di giovani, il germe dei grandi movimenti giovanili del XIX secolo, ma presto i gruppi liberi che ispirandosi agli scritti di Baden Powell andavano formandosi spontaneamente, cominciarono a superare i gruppi organizzati riuniti in speciali associazioni. Da questa constatazione venne un forte stimolo a Baden Powell ad avviare il suo movimento. Egli seguiva con attenzione l’evolversi di queste situazioni e ne vedeva anche i limiti, tanto che assistendo ad una grande adunata delle Brigate giovanili, ne rimase fortemente impressionato, ma nel contempo sì chiese se tutta quella disciplina, tutta esteriore non sarebbe potuta diventare qualcosa di più gioioso, più spontaneo. Era evidentemente arrivato a un bivio in cui ci si doveva dividere dal formalismo militare per conservare l’avventura e dare a questa avventura uno spirito nuovo, lo spirito dello scoutismo. L'anno successivo darà vita al primo campo di ragazzi dal quale nascerà il grande movimento dei boy scouts.

L’antefatto dello scoutismo Se l’ antefatto dello scoutismo viene fatto risalire al 14 ottobre 1899, quando Baden Powell, durante la guerra anglo-boera venne assediato nel villaggio di Mafeking, nella Beciuania, appena oltre i confini del Transvaal, assedio che durò sette mesi fino al 17 maggio 1900, determinante per la sua nascita fu, poco dopo, nel novembre 1899, la pubblicazione di un manualetto “Aids to scouting” scritto per la istruzione dei soldati a seguire le tracce, scoprire l’ avversario e guidare le proprie truppe. Dell’ opuscolo uscito al momento giusto, proprio durante l’assedio, furono vendute, anche al di fuori dell’ ambiente militare oltre 100.000 copie in pochi mesi. Il salto di qualità avvenne nel 1900 quando l’ editore del più diffuso giornale per ragazzi (Boys of the Empire) iniziò la pubblicazione a puntate del manualetto. Allora B.P. comprese quali risultati si potevano ottenere con l’ appoggio della stampa.

Una breve biografia di Baden Powell B.P., nato a Londra nel 1857, a soli 19 anni era partito per l’ India come sottotenente di Cavalleria. Nel 1897 era già colonnello. Due anni dopo, in Africa, durante la guerra contro i Boeri, applica in grande stile tutte le tecniche apprese e ne inventa altre, riuscendo a resistere per 217 giorni all’assedio di Mefeking (Africa del Sud), pur essendo gli uomini a sua disposizione numericamente molto inferiori agli avversari. In seguito a questa impresa venne nominato, a soli quarantatré anni, Maggior Generale, quando era già diventato un eroe nazionale. In seguito al grande successo del libretto dal titolo “Aids to scouting” in cui aveva raccolto la sua esperienza, e ad un’ attenta riflessione sulla situazione giovanile inglese decise di fare qualcosa di utile e concreto esperimentando nell’ isola di Browsea le tecniche scout con una ventina di ragazzi di tutti i ceti sociali. Seguì, frutto di questa esperienza la pubblicazione di un libro a puntate intitolato “Scouting for Boys”. Quasi per magia, traendo lo spunto dai fascicoli di questo libro, si formarono in Inghilterra centinaia di piccoli gruppi di ragazzi. Poiché era necessario che qualcuno si dedicasse completamente a questi ragazzi B.P., non senza qualche difficoltà, si decise a rinunciare alla carriera militare per dedicarsi al nascente movimento che già nel 1911 contava 30.000 iscritti e che presto si sarebbe diffuso in tutto il mondo [6].

Il successo dello scoutismo Il successo dello scoutismo è legato senz’ altro alla corrispondenza della sua proposta alle necessità dell’ epoca, all’ ambiente favorevole, alle attese degli stessi giovani, all’ idea geniale, ma anche al fatto che B.P. è stato un grande comunicatore. Egli capì subito, come si è visto, l’ importanza della diffusione delle sue idee attraverso la stampa periodica, raccogliendo il racconto delle sue avventure in fascicoletti in cui venivano scompaginati i suoi opuscoli, scritti utilizzando un linguaggio essenziale, facile da comprendere, e tale da suscitare l’interesse dei giovani lettori. Racconti che suscitavano l’ amore per l’ avventura dei ragazzi inglesi, che attendevano con impazienza l’ uscita delle dispense e poi gli scrivevano per chiedere delucidazioni. Queste valanga di lettere travolgerà il suo piccolo ufficio in Henrietta Street.

Il grande comunicatore Per potere utilizzare la stampa è necessario però avere sotto mano un grande editore disposto a sostenere l’ iniziativa. Nacque così la collaborazione con Arthur Pearson. Era un giornalista, ma anche un politico, e un filantropo, possedeva il Daily Express, di cui era stato il fondatore e l’ Evening Standard. B.P. lo conobbe probabilmente nel 1905, quando aveva potuto riorganizzare le sue idee ed era avanti con il progetto di creare un movimento e Pearson fu la prima persona a cui ne parlò. Si rivolse a lui, e qui vediamo l’ attenzione che B.P. dedicò alla comunicazione, per un motivo specifico: preferì Pearson agli altri editori perché lo riteneva il più adatto ad organizzare la pubblicità e la diffusione delle sue idee e del suo progetto. Il successo dello scoutismo è legato alla diffusione dello “Scouting for boys” cento anni fa. Fu quindi un grande successo di comunicazione realizzata da un bravo narratore e fu certamente favorito dal fatto che all’inizio del ‘900 i giornali in Inghilterra erano già molto diffusi e venivano letti, grazie all’ avanzato processo di alfabetizzazione. Il primo quotidiano conosciuto il “Daily Courrant” era nato proprio a Londra già nel 1702.

Il militarismo Che lo scoutismo nulla abbia a che fare con il militarismo è evidente da quanto lo stesso Baden Powell, apertamente critico verso quelle associazioni che si ispiravano al formalismo militare, aveva detto e scritto al riguardo, ma indipendentemente dal pensiero del suo fondatore, il movimento si sviluppò proprio in un periodo in cui gli stati maggiori delle principali nazioni europee non solo godevano di un notevole prestigio presso governi e opinioni pubbliche, ma con l’ avvicinarsi prima e l’ esplosione poi del Primo conflitto europeo esercitarono una grande influenza sulla vita delle nazioni stesse. Di fronte quindi all’ espandersi di questo movimento di ragazzi in uniforme, guidato da un ex generale, teorizzatore dello scouting, l’ equivoco non potè mancare. Con l’espandersi del movimento nelle altre nazioni, tutte ormai sul piede di guerra la confusione sarà inevitabile e non mancherà l’ ingerenza dei militari, molto vicini alle attività degli scout e interessati alle loro attività che potevano avere una valenza premilitare. In una recente mostra Trieste per il centenario del movimento sono apparse le foto dei primi scout triestini che facevano capo nel 1915 alla associazione austriaca. Sono evidenti nelle uniformi e nelle attività illustrate i segni di questa influenza militare come sembrano evidenti nel manuale del giovane esploratore pubblicato negli stessi anni da Hoepli per il CNGEI.

Lo scoutismo in Italia: laici e cattolici a confronto In Italia dove la formazione dei giovani era motivo di forte attrito tra gli ambienti cattolici e quelli laici, allo scontro sulla scuola, a quello sulle attività parascolastiche e del tempo libero si aggiunse il contrasto sull’ organizzazione del movimento scout. La preoccupazione di Carlo Colombo, il medico piemontese, che importò in Italia nel 1912 lo scoutismo dando vita al Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori Italiani, fu quella di tenere al riparo il movimento dalla politica e dalla religione. La decisione di non consentire la costituzione all’interno del GEI di gruppi ed unità cattoliche così come la decisione di non consentire ai reparti GEI di ascoltare la messa in uniforme prima della uscite non faciliteranno certo i rapporti e provocheranno le dimissioni del primo presidente ammiraglio Bettolo. Ciò provocherà in Italia, come in altre parti d’ Europa la nascita del movimento scout cattolico in parallelo a quello laico interconfessionale. L’atteggiamento sostanzialmente favorevole al movimento dell’ opinione pubblica cattolica trovò conferma negli articoli che gli furono dedicati dall’ autorevole “Civiltà Cattolica”. Nel presentare la storia e i contenuti del movimento si volle subito sgombrare il campo dai timori che venivano dalla sua origine anglosassone, mettendo subito in chiaro che nella stessa Inghilterra lo Scoutismo non era condizionato dallo spirito settario e dalla Massoneria.

L’influenza della massoneria Per quanto riguarda l’ influenza della Massoneria sullo scoutismo in generale e su quello italiano in particolare, se con ciò si intende la presenza di massoni fra i dirigenti, questa era del tutto normale, data la diffusione della massoneria nelle classi medie, così come era naturale la presenza di cattolici che non intendevano militare nel movimento confessionale. E’ noto il sostegno a Colombo, che non fu mai iscritto alla massoneria, nella polemica con i cattolici, da parte de “L’Idea democratica”, settimanale della massoneria, che non poteva non favorire la diffusione dello scoutismo. Per quanto riguarda, in generale, il discorso sulla influenza del pensiero massonico sulle finalità e sul metodo di B.P. ciò non dipese da influenze dirette della massoneria inglese di cui B.P. non fece mai parte, ma piuttosto dall’ influenza di alcuni messaggi culturali e pedagogici di diretta derivazione massonica, primo fra tutti quello di Kipling. Un rapporto speciale di ammirazione e stima reciproca doveva legare i due uomini se è vero come raccontano che Kipling, che si era sempre rifiutato di rivedere in bozza libri di altri autori, aderì alla richiesta di B.P. di leggere il “Manuale dei Lupetti” nella sua prima stesura. Con riferimento al metodo educativo basti pensare che grandi pedagogisti, come Pestalozzi e Decroly, furono massoni militanti come Kipling. per giustificare l’ influenza del loro pensiero non solo sullo scoutismo, ma su tutte le proposte educative successive.

La questione religiosa Con riferimento alle origini il movimento, a differenza di altre esperienze precedenti, non era affiliato ad alcuna chiesa, creando con ciò alcune difficoltà di comprensione da parte del pubblico. Il quotidiano The Times, raccogliendo le osservazioni di qualche suo lettore veicolò l’ accusa di indifferenza religiosa, che ebbe pure qualche eco alla Camera dei Comuni. B.P. decise subito di affrontare il problema nel modo suo aperto e ne discusse in un’ assemblea di capi nel 1909 e fu deciso di invitare i rappresentanti delle maggiori confessioni ad un incontro per potere dare delle indicazioni concrete per l’ educazione religiosa nell’ ambito delle unità scout. Da questa discussione con i capi e i rappresentanti delle confessioni scaturì la direttiva che fu così formulata nel regolamento del 1911: «ci si attende che ogni scout appartenga a una confessione religiosa e frequenti le sue celebrazioni. Se un reparto comprende membri di un’ unica religione, si auspica che il capo organizzi le relative celebrazioni e l’ istruzione religiosa, nel modo che egli, con l’ assistenza di un cappellano od altra autorità religiosa, riterrà migliore». Pur convenendo la Chiesa cattolica su questi criteri, alla riunione partecipò il primate d’ Inghilterra, ciò non impedì che lo scoutismo incontrasse ostacoli ben difficili da superare nella sua diffusione al di fuori dell’ Inghilterra. Il timore, come pregiudizio generico legato all’ origine protestante del movimento, di tutte le possibili e immaginabili deviazioni dottrinali, le sue connessioni con la massoneria, il pericolo che le attività domenicali distogliessero i ragazzi dalle pratiche di culto, ma soprattutto le gelosie e le invidie suscitate dal grande successo del movimento tra i giovani, specialmente tra coloro che ritenevano di possedere un mandato in esclusiva sulla educazione della gioventù.

Il messaggio della CEI Lo stesso padre Rosario F. Esposito ha scritto che «Pur ribadendo con ogni chiarezza che il rapporto scoutismo-Massoneria è solo indiretto, a volte più esplicito, a volte meno, resta il fatto che la sua assunzione così ampia dalla comunità ecclesiale e della somma gerarchia cattolica, comporta un’ affermazione di grande significato: nell’ambito della pedagogia il congiungimento tra la Chiesa e il mondo laico, che in questo movimento sintetizza le posizioni ideologiche di grandi filosofi e riformatori, per altri aspetti e in altri momenti rigettati dalla Chiesa…». Significativo è al riguardo il Messaggio dei vescovi italiani agli Scouts cattolici in Italia, in occasione del centenario dello scoutismo: «Carissimi fratelli e sorelle dello scoutismo cattolico presenti nelle Chiese particolari d’ Italia, i vostri Vescovi gioiscono con voi per il centesimo anniversario della nascita dello scoutismo e quindi per i cento anni di fedeltà ad un’ opera educativa che ha fatto crescere in tanti paesi del mondo, inclusa la nostra Italia, innumerevoli donne e uomini impegnati a rendere questo mondo migliore di come l’ hanno trovato. Lo scoutismo cattolico è stato ed è tuttora un elemento prezioso del tessuto ecclesiale e sociale del nostro paese e lo ha servito attraverso una limpida – a volte straordinaria – testimonianza al Vangelo e attraverso l’ assunzione delle responsabilità di una cittadinanza attiva, generosa e libera, carica di slancio e di speranza, dedita alla ricerca del bene di tutti».

La catena d’ unione Nel mondo laico è stato visto con molta preoccupazione questo grande sviluppo dello scoutismo cattolico tanto che nel 1938 su la rivista “Chaine d’ Union” si scriveva che «La Chiesa ha fatto un sol boccone dello Scoutismo, il quale oramai ha un posto talmente rilevante nelle sue opere, cha a qualcuno sembra che Scoutismo e Cattolicesimo si identificano…». Ma c’è stata pure nel mondo cattolico la preoccupazione in senso inverso, tanto che un grande scout, un magnifico prete, l’ Abbé Paul Lambot, ha voluto raccontare nel suo libro dedicato agli adulti scout, “Scout un Jour…La route des hommes”, un aneddoto particolarmente illuminante sulla coincidenza tra lo spirito scout e lo spirito del cristianesimo: Una sera del maggio 1944, in una città orribilmente bombardata, un prete incontra un giovane scout che si è impegnato, durante molte ore, a salvare tutto ciò che poteva essere salvato. Pieno di visoni soprannaturali, gli domanda: “Che cosa hai pensato mentre facevi tutto ciò?”. La risposta è assai rapida: “Ho pensato che stavo agendo da buon scout”. E il buon prete riportando questo breve dialogo ai suoi colleghi, non poteva fare a meno di aggiungere: “Peccato che non abbia pensato che egli agiva da buon cristiano."

Giuliana Spizzamiglio Bagliani

BISOGNO DI SCOUTISMO

Immaginate un gruppetto di quattro-cinque ragazzini che hanno TEMPO LIBERO e uno SPAZIO poco o niente strutturato a disposizione. A che cosa giocheranno? A NASCONDERSI, a RINCORRERSI, forse ad ARRAMPICARSI da qualche parte, tanto per sfidarsi e mettersi alla prova. Giochi un pò pericolosi, forse anche trasgressivi rispetto alle solite raccomandazioni degli adulti. Come li avete immaginati? Probabilmente come eravate voi da piccoli, ma avreste potuto immaginarli di pelle nera o in qualche villaggio cinese o vestiti con una corta tunica da antichi romani, o nell’ angolo di un cortile interno ad un castello medioevale … GIOCARE è una NECESSITA’, in tutti i luoghi , e lo è stata in tutti i tempi, e in tal modo i giovani si sono da sempre formati alla vita, trovando in modo inconsapevole una risposta ai loro bisogni. Un GRANDE GIOCO, come quello dello scoutismo, è di per sé, quindi, UNA risposta ad un bisogno naturale. Accanto, sono esistite, sino ad alcuni anni fa, altre occasioni: io giocavo al “bagno” dei Magazzini Generali, accanto al Ferroviario: si formavano spontaneamente LE COMPAGNIE (dei piccoli, dei medi, dei grandi), gruppi che davano il senso di appartenenza; ma c’erano anche le “campagnete”, i Ricreatori e, pur circoscritti solo ai cattolici, gli Oratori. Ci si trovava a fare “el liston”, sempre sugli stessi itinerari. E poi le gite sul Carso… E lo SCOUTISMO, importante allora ma ora ancora di più, proprio per la mancanza di tempi e spazi lasciati al gioco spontaneo. Nella nostra civiltà, sempre più industrializzata, con una vita sempre di corsa e i figli impegnati in ATTIVITA’ troppo ORGANIZZATE (scuola, corsi d’ inglese, di musica, di aerobica, di mini-volley e molto altro) i ragazzini si incontrano in modo un pò più libero soltanto negli spogliatoi delle palestre e delle piscine, all’ uscita o all’ ingresso della scuola. NELLA STORIA DELL’UMANITA’ È LA PRIMA VOLTA CHE I BAMBINI NON POSSONO AVERE tempi e spazi a loro disposizione per vivere tra coetanei, far proprie le regole del vivere insieme con gli altri ed aver voglia di farlo. Gli adulti, come non bastasse, hanno guardato ultimamente con troppa attenzione al mondo infantile ed hanno pensato di intervenire, a sua difesa e con buone intenzioni, ma spesso con la presunzione di conoscere “il suo bene” e, come quei primi ecologisti che hanno esagerato nella protezione dei conigli in Australia, hanno generato squilibri disastrosi. Ho conosciuto lo scoutismo come mamma, nonna e maestra che, nel corso dei diversi cicli scolastici ha indirizzato molti suoi alunni all’ esperienza scout. La mia attenzione si è rivolta da sempre al Grande Gioco, ma anche al gioco in generale, collaborando con il “Centro Studi Vergerio” presso la facoltà di Magistero dell’ Università di Trieste che aveva dichiarato l’ intenzione di catalogare i giochi con modalità concordate internazionalmente. Con i professori Enzo Petrini, Preside della Facoltà, e con i professori Claudio Desinan e Gianfranco Spiazzi ho potuto approfondire la riflessione sul valore del gioco spontaneo e, sul Quaderno di studi pedagogici – Edizioni Ricerche, pubblicato nel 1994, sono stati raccolti due miei interventi su “Il gioco infantile tradizionale a Trieste”; nella ricerca realizzata a scuola avevo utilizzato le pagine di scrittori e poeti triestini che rievocano momenti di vita infantile e che mostrano come lontane esperienze ludiche rimangano indelebili nel ricordo e si rivelino determinanti nel costituirsi della personalità. In seguito, nell’ ottobre del 2003, come Presidente del Comitato provinciale dell’ Ente Nazionale Assistenza Magistrale, ho organizzato un corso di formazione per i maestri di Trieste, che è consistito in una giornata vissuta da scout, con la guida esperta di chi è stato vero scout: Elisabetta Cervesi, Dario Luciani, Lucio Vilevich, Silvano Ravalico, Gianna Grandis e il giovane Alessandro Flego, mio ex alunno. Hanno partecipato al corso, patrocinato dall’ Ufficio Scolastico Regionale, insegnanti provenienti da quasi tutte le scuole triestine, sia di lingua italiana che slovena, ed è stato un momento gioioso, di grandi entusiasmi, anche per chi era partito inizialmente con i consueti preconcetti verso il metodo scout. É stato riconosciuto da tutti i partecipanti che il Grande Gioco è un metodo altamente formativo, con obiettivi e valori impliciti, come ogni gioco spontaneamente scelto ed accettato. Il nostro pensiero, in quel momento, si è concentrato sulla possibilità offerta dallo scoutismo di aggregare i giovani, di invogliarli a fare qualcosa insieme. Purtroppo – come ha scritto il dott. Gianfranco Spiazzi della nostra Università – “ormai si gioca soltanto in luoghi recintati, sotto la stretta sorveglianza dell’ adulto che vigila, organizza, anima, spesso bloccando le forme ludiche più rozze, più avventurose e quindi esposte ai rischi, oppure quelle violente o, per altri motivi, giudicate sconvenienti”. La TRASGRESSIONE CONTROLLATA presente nel metodo scout, invece, può essere una via per riconoscere i limiti, propri e altrui, e può servire anche da prevenzione al fenomeno che è ultimamente sulla bocca di tutti: il bullismo; in effetti, la tensione verso un fine condiviso dà una motivazione forte ai ragazzi ed accantona percorsi disturbanti, comportamenti che bloccano il successo, sia individuale che comune. Un adulto, presente e distante nello stesso tempo, è forse inevitabile come garanzia di contenimento di comportamenti pericolosi e sarebbe un’ utopia pensar di tornare indietro nel tempo in una società più semplice e sanamente distratta rispetto al mondo dell’ infanzia. Anche nell’ambiente scout esiste il “capo”, ma è un ragazzo come gli altri, più esperto, e non dovrebbe mai diventare un opprimente adulto. Nel dibattito finale al corso di formazione, che si è tenuto all’ Ostello Alpe Adria di Prosecco, le critiche mosse al metodo sono state le consuete: quello di una gerarchia imposta più che scelta, la fissità dei rituali, l’ estraniazione dalla società vicina al bambino e, soprattutto l’ ”innamoramento” del metodo considerato “il” metodo, l’ unico possibile. E noi sappiamo che esso non esiste. E’ stato denunciato il rischio che una mancata rispondenza alle esperienze di vita dei bambini, modificate notevolmente negli ultimi anni, possa bloccare il rinnovamento, le scelte di contenuti, di linguaggi e di attività: nello scoutismo come nella scuola e nella vita. Da tutti gli insegnanti di Trieste presenti è stato riconosciuto il BISOGNO di recuperare spazi – ambientali e temporali – perché siano valorizzate le scelte individuali e di gruppo, le vicinanze per affinità e progetti comuni, idealità e interessi; non soltanto, quindi, un’ aggregazione casuale, basata sull’ età anagrafica o sulla vicinanza del domicilio, ma l’ esplicita intenzione, il progetto condiviso di un percorso che coltivi i talenti individuali ed apra ad una cultura più ampia. Il gruppo eterogeneo, è stato confermato anche dall’esperienza nella scuola, se evita distanze troppo marcate di maturazione generale, consente un apprendimento più spontaneo, con l’ osservazione e l’ avvicinamento a chi già sa e sa fare, con la comunicazione che valorizza nello stesso tempo chi impara e chi insegna, che trova un linguaggio comune. Importante è pure la SEDE scout, se è un luogo sempre aperto dove ci si incontra anche senza appuntamento, come la piazza del paese o l’ angolo di un vicolo periferico dove, nelle civiltà non opulente, i giovani hanno da sempre costituito le “COMPAGNIE”, una struttura fondamentale per chi lascia il gioco ma rimane nel gruppo di appartenenza e che diventa – come ha scritto il prof. Claudio Desinan – “la sede di una elaborazione culturale continua, dove l’ esercizio dell’ autonomia, della responsabilità personale e collettiva hanno trovato spesso la via di progetti di vita comuni, sia familiari che lavorativi, basati sulla solidarietà”. Il gruppo scout permette anche questo. In conclusione, alla domanda posta in questo convegno sull’ attualità del metodo scout, la risposta è scontata: ORA PIU’ CHE MAI!

Gianna Grandis

UN’ ESPERIENZA

Il mio vero incontro con lo scoutismo avvenne in concomitanza con il primo campo da lupetto di mio figlio: avevo superato la quarantina, ero ignara e senza alcun sospetto quando, ad un paio di giorni dalla partenza, il Capo Branco, Akela, mi chiese se fossi pronta ad andare anch’ io al campo, per fare la cuoca. Sua moglie sarebbe stata la logista e mi avrebbe sostenuto in tutte le difficoltà. Effettivamente, furono parecchie. Tutto era selvaggio, sconosciuto, il gruppo era molto grande e di conseguenza i commensali erano tanti e le pentole enormi; il latte appena munto, bollendo sul focolare a kerosene, tracimava regolarmente ogni sera sulla piastra calda perché io, bene attenta a non farmi vedere da mio figlio – com’ era opportuno ed “in stile” – mi distraevo spiando lo svolgimento del fuoco di bivacco, attratta da canti, scenette, scherzi, giochi, momenti intensi di spiritualità alla luce delle fiamme che venivano rese più brillanti o smorzate in sintonia con quanto avveniva all’ interno del cerchio. Tutto si viveva nella magica atmosfera della Jungla, i Vecchi Lupi utilizzavano un linguaggio particolare, ricco di suggestioni: caccia, fiore rosso, parole maestre, grande urlo, tane di muta, l’ angolo di Tabaqui e soprattutto il rito della Promessa. Io mi sentivo estranea a questo particolare mondo affascinante, ma come un Lupetto “facevo del mio meglio” preparando quantità abnormi di salsa, friggendo montagne di patatine, producendo crêpes a getto continuo, spalmando ogni santo giorno su fette e fette di pane burro e marmellata …ma soprattutto tentando di CAPIRE. Alla fine del campo avevo raccolto sì tanta stanchezza, ma anche tanto entusiasmo. E venne l’ ultimo Fiore Rosso del campo. Ero stata invitata a sedere in cerchio TRA LORO. Quando ormai le fiamme erano basse, Akela mi chiamò al centro del Cerchio per ringraziarmi e regalarmi un ricordo del campo. Raramente ero stata emozionata come in quel momento: mi sentii accolta, parte del gruppo a cui DESIDERAVO APPARTENERE. Fu il primo passo verso la mia Promessa, quella dell’ adulto, che m’ impegnò, in modo stimolante e gratificante, ad interiorizzare sempre di più i valori della Legge scout. Da allora, non mi lasciai sfuggire alcun incontro di formazione all’ interno della mia associazione, collaborai in modo sempre più consapevole a vari accantonamenti e campi estivi, frequentai la Scuola Capi e assunsi il ruolo di Akela per più anni, occupandomi non soltanto della formazione dei Lupetti, ma anche di quella di tutti i miei collaboratori. L’ amicizia e la solidarietà che sono nate dal far qualcosa insieme per qualcuno, tendendo ai medesimi ideali, hanno creato un rapporto profondissimo di stima, di fiducia e di condivisione tra noi. Indimenticabile il nodo alla gola quando, per la prima volta, fui io a raccogliere la Promessa di un mio Lupetto: guidone alla mia sinistra, la mano destra sollevata nel saluto, fissando negli occhi il bambino che stava per impegnarsi, rivissi la forza della mia promessa ed avvertii in modo quasi palpabile la spiritualità, condivisa da tutti gli scout presenti…Il nodo alle cocche del nuovo foulard, infine, accompagnato dalle parole: “QUESTO NODO TI RICORDI CHE TI SEI IMPEGNATO A COMPIERE OGNI GIORNO UNA BUONA AZIONE A FAVORE DI UN ALTRO. PER QUESTA BUONA AZIONE NON CHIEDERAI NULLA IN CAMBIO, NEMMENO UN GRAZIE: SOLO DI SCIOGLIERE IL NODO”. Attenzione per l’ altro, gratuità … Fui ancora istruttrice a Campi-scuola, Responsabile della Branca Lupetti della mia associazione.

Ero maestra nello stesso rione in cui il mio branco aveva la sede, ma mi sono sempre guardata bene dal rivestire il ruolo di Akela per qualche mio scolaro: indirizzavo ad un altro branco chi era interessato. Certamente l’ esperienza d’ insegnante è ben diversa da quella di capo scout, sia per il ruolo che si riveste nei confronti del bambino sia a livello personale. Professionalmente ero tenuta ad esigere comportamenti ed apprendimenti non inferiori ad un certo standard, secondo i programmi ministeriali. Da Akela, era sufficiente ottenere “il 5 %” (come dice B.P.), valutato sulla base di osservazioni da fratello maggiore, da Lupo più anziano che ha maggior esperienza; soltanto su questa base, infatti, Akela deve avere autorevolezza e gli viene riconosciuto il ruolo. La Legge scout, nella sua formulazione tutta affermativa, è ben diversa dalla legge dello Stato. Nonostante sia diventata scout da adulta, mi sono messa “in gioco” e sono riuscita a recuperare la meraviglia e la gioiosità dell’ infanzia, assieme ai miei Lupetti, imparando a fare nodi, ad animare il Fuoco, a riconoscere fiori ed animali, a seguire una pista-tracce, a lavarmi nell’ acqua gelida del fiume …Tutto NON PER GIOCO, ma ATTRAVERSO IL GIOCO, con tanta positività e allegria, ma anche con tanto impegno e fedeltà al ruolo e verso i Lupetti, in una costante opera di formazione e promozione umana. L’essere Akela ha portato nella mia vita d’ insegnante la stessa voglia di gioco, la stessa capacità di sdrammatizzare e soprattutto la consapevolezza di essere al servizio dei giovani, senza cercare la mia realizzazione personale all’ interno del ruolo rivestito. L’ essere maestra ha contribuito a far di me un Akela attento conoscitore del mondo dei bambini, di didattica e di metodologia, riferite a quella fascia di età. In conclusione, la mia esperienza scolastica e quella scout si sono compenetrate e integrate strettamente e il metodo, secondo me, è ancora attuale in tutti i suoi valori fondamentali. Senz’ altro può essere reso ancora più rispondente agli interessi dei giovani d’ oggi con l’ invenzione di nuovi giochi, con un linguaggio più moderno e utilizzando anche le tecnologie più avanzate, perché SCOUTISMO È ANCHE CULTURA. In particolare io credo che siano da rivedere, valorizzare e reinventare giochi di spiritualità riguardanti i problemi giovanili attuali. Il movimento nato dall’ intuizione di B.P. è tuttora validissimo nei suoi principi perché risponde a bisogni primari individuali e sociali, aiuta a crescere migliorando la conoscenza di sé nel rapporto con l’ ambiente, le cose, le situazioni e nel rapporto con gli altri all’ interno di un piccolo gruppo. A mio parere lo scoutismo è per chiunque abbia qualcosa dare e da ricevere, in una mutualità che travalica ogni frontiera tra genti e culture; è duttile ed aperto ad un’ infinità di aggiornamenti purché in armonia con i principi fondamentali: a me sembra proprio intramontabile, quindi … BUONA CACCIA!

Alessandro Flego

ARRICCHIRE LA PRASSI DIDATTICA CON LA METODOLOGIA SCOUT: UNA RISORSA PER L’INTEGRAZIONE

L’applicazione di alcuni concetti presenti nel metodo scout al proprio lavoro di insegnante di sostegno permette di ricavare nuove risorse e spunti pratici nell’ affrontare quotidianamente la relazione con l’alunno disabile. In questa relazione si andranno a trattare le principali strategie di intervento collaborativo e partecipato che possono emergere dall’ applicazione della Metodologia Scout per l’ integrazione in classe di un bambino con deficit di attenzione e iperattività e quindi l’ inserimento e la partecipazione di ciascuno alla vita in classe nei suoi aspetti didattici e relazionali. Il focus “attentivo” in questo lavoro sarà la possibile applicazione del metodo scout per dare al proprio operato di insegnante di sostegno una nuova chiave di lettura che deve strategicamente portare innovazione e cambiamento. La nostra attenzione non si concentra solamente sulla metodologia formativa in sé, ma vuole praticamente e concretamente usare questo strumento in classe e applicarlo nella gestione della varie dinamiche e dei diversi momenti messi in gioco dal bambino iperattivo. Una buona metodologia didattica per l’ integrazione e l’ apprendimento ci permette di evidenziare se il nostro cammino educativo con il bambino è rispondente alle sue speciali esigenze e richieste solamente se riusciremo a capire i suoi reali bisogni. Cercheremo quindi di inserire in alcuni momenti della prassi educativa di classe le seguenti strategie che troviamo nel metodo scout e soprattutto nella branca lupetti per facilitarlo e riuscire a superare momenti di distrazione e opposizione.

Aggregazion per gruppi Si tratta di adottare in certi momenti della giornata scolastica una suddivisione della classe in gruppi spontanei o formalizzati al fine di poter maggiormente disporre di flessibilità operativa e ottenere il coinvolgimento del bambino. L’ aggregazione per gruppi nel metodo scout si sviluppa a partire dalla branca lupetti (fascia d’ età che comprende il primo e secondo ciclo della scuola elementare) attraverso la suddivisione in mute (squadre) composte da sei sette bambini ciascuna di bambini che interagiscono al loro interno dandosi dei piccoli incarichi. Ogni gruppo di bambini formato permette all’ educatore in certe attività di adottare strategie comunicative non unidirezionali rivolgendosi alla squadra o a colui che la rappresenta. E’ bene notare come la trasposizione di questa strategia - inserita nel metodo scout - nell’ intero percorso scolastico sia solo in parte applicabile: è preferibile la suddivisione in gruppi di lavoro soprattutto nel secondo ciclo della scuola elementare, quando i bambini hanno ormai assimilato il concetto del gioco di regole. Una volta incominciata l’ applicazione di questa metodologia di lavoro con i bambini è bene comprendere le eventuali conseguenze e ricadute che questo intervento può comportare nelle dinamiche dell’ intero gruppo classe. Per prima cosa va tenuto conto che si tratta di applicare il lavoro di gruppo in determinato contesti o periodi avendo sempre in mente obiettivi e finalità di quel determinato percorso educativo: tutto ciò potrebbe essere utile per rilevare nel bambino certificato e iperattivo il supporto alle sue strategie di socializzazione, le eventuali difficoltà ad inserirsi e a partecipare alle decisioni del gruppo.

Collaborazione e leadership Questa più che venir intesa come strategia è la diretta conseguenza di una attività impostata con il metodo cooperativo per gruppi di lavoro. Possiamo definirla strategia educativa perché ci permette di far apprendere ai bambini il valore della collaborazione, concetto estremamente difficile e non ancora del tutto interiorizzato. Partendo dalla relazione con gli altri e con il proprio gruppo di lavoro (il concetto di muta presente nel branco lupetti) il bambino è guidato dall’ adulto a relazionarsi con gli altri e a collaborare nel suo gruppo per il bene dell’ intera comunità. Attraverso delle osservazioni di ricerca azione che l’ insegnante di sostegno adotterà in corso d’ anno egli potrà verificare le strategie di collaborazione adottate tra ciascun gruppo (macrosistema) e poi all’ interno del gruppo stesso (microsistema) Il bambino ha un suo preciso ruolo nel gruppo e collabora con gli altri alla riuscita del compito assegnato; egli cerca di operare in collaborazione cercando di ottenere il massimo in base alle sue capacità indipendentemente da dove e come può arrivare sensibilizzandolo ad evitare confronti inutili di matrice agonistica. La competitività infatti è sintomo di individualità e non è presente nel metodo scout: al suo posto ritroviamo l’ interiorità, la formazione spirituale e intellettuale intesa come progressione personale (progressione tecnica e culturale) utile al bene della comunità e degli altri Queste osservazioni permetteranno di far adottare all’ insegnante strategie di feed-back nel progetto di attuazione per poter trovare una leadership positiva nei confronti dei bambini: si dovranno attuare strategie di mediazione e controllo al fine di evitare la competitività tra soggetti. Ognuno darà - per il lavoro da svolgere - il proprio contributo specifico che risulterà essere estremamente prezioso per l’ intera squadra e a sua volta ogni squadra completerò il lavoro utile alla classe. A mio avviso ogni bambino quindi è una preziosa tessera di un piccolo mosaico che a sua volta rientra in uno più grande realizzato dalla classe. L’ insegnante si pone come il vero progettista dell’ opera che segue le sue maestranze indirizzandole al traguardo finale. Egli - come il capo scout - deve indirizzare i bambini come un fratello maggiore attraverso continue verifiche e osservazioni del suo operato. E’ bene notare che egli non è mai da solo, quindi deve saper ascoltare e interagire con gli altri colleghi.

Impegno e responsabilità verso la comunità Lavorare con questa metodologia così pregnante nel metodo scout ci permetterà di apprezzare l’ impegno personale di ogni bambino in base alle sue capacità, limiti e risorse. Il concetto di impegno e responsabilità verso la comunità viene trattato nel metodo scout attraverso i termini “fare del proprio meglio” e “buona azione” presenti nel lupettismo (prassi e teorie scout rivolte ai bambini compresi tra i sei egli undici anni). Questi due concetti possono essere riassunti con il cercare di credere fino in fondo nelle proprie capacità puntando alla formazione di un soggetto autonomo, equilibrato, consapevole dei propri limiti, capace di porsi in relazione con l’ altro e disposto ad offrire il proprio aiuto alla comunità e agli altri in modo spontaneo senza dover essere ricambiato per la prestazione impartita. Non si pretende che il bambino acquisisca tutte le sfumature presenti in questi termini ma sotto la guida dell’ insegnante è possibile sensibilizzarlo alla riscoperta di un approccio comunitario e solidale della vita con e per gli altri. L’ insegnante può fungere da modello per i bambini ad apprendere questo “spirito scout” se è capace di pensare apertamente in maniera dinamica e flessibile collegando tra loro le diverse agenzie educative presenti sul territorio frequentate dai bambini. I bambini vanno sensibilizzati ad aprirsi nella e per la comunità in cui vivono attraverso una metodologia educativa ecologica (vedi Broffenbrenner) nella quale ogni macrosistema di riferimento deve poter comunicare con quelli minori in lui inseriti ma anche con gli altri in maniera sistemica , multidirezionale e circolare. Far comprendere al bambino che ciò che egli si impegna a fare non è per se stesso ma anche per la comunità, può essere sviluppato con attività e uscite didattiche specifiche che puntino a sensibilizzarli ai problemi della comunità locale.

Autoformazione Il metodo scout può inserirsi a scuola sensibilizzando i ragazzi ad acquisire informazioni e nozioni in maniera flessibile e dinamica sfruttando la loro curiosità e sapendoli immergere nel tessuto sociale ed urbano della loro città. L’ insegnamento va affrontato in maniera polivalente e flessibile poiché i bambini non devono sottostare ad un metodo rigido di istruzione a settori ma hanno tutto il diritto di essere accompagnati da una visione di prassi educativa che analizza in maniera metacognitiva e secondo i modelli di ricarca azione condivisi dai professionisti del settore le intelligenze plurime presenti in ogni settore. Anche lo scoutismo appoggia questa visione puntando alla formazione di un soggetto duttile e flessibile capace di fare del proprio meglio per essere preparato a servire in futuro la propri comunità e gli altri. Se siamo qui è proprio perché crediamo che la formazione, l’pprendimento non debbano mai aver termine. Soltanto la presunzione può arrestare la sete di sapere, la curiosità verso nuove discipline, verso il rinnovamento della società. La filosofia insita nel metodo di lord Baden- Powel ci indirizza come capi scout proprio verso questi obiettivi, alla scoperta di nuovi e maggiori approfondimenti attraverso il grande libro della natura e della strada. L’ esperienza scout, non si esaurisce nell’ arco degli anni dell’ iter educativo previsto dal metodo (dai 7-8 anni dei lupetti alla maggiore età dei rover): una volta scout, sempre scout - recita il detto - così il ragazzo che intraprende questa strada, anche se non continuerà ad indossare la divisa come capo, continuerà ad ottemperare alle promesse di essere un buon cittadino rendendosi nel migliore dei modi utile alla società. Il filo conduttore che percorre il pensiero dello scoutismo è che l’ obiettivo principale della vita di ogni individuo sia la ricerca della felicità e che tale felicità si ottenga attraverso l’ altruismo.

Il gioco come strumento educativo per una prassi didattica nuova Il gioco è uno degli elementi fondamentali di tutto il metodo scout ed in particolare è lo strumento cardine del lupettismo. Il gioco è il mezzo per acquisire capacità e competenze divertendosi. Rappresenta la fonte principale di conoscenza di se stessi, degli altri e dell’ ambiente. Permette ai bambini disabili di rientrare in ruoli specifici, di calarsi in situazioni nuove, di sperimentare attività ed emozioni diverse, di imparare a seguire delle regole, di interiorizzare valori come la lealtà, il rispetto, e la solidarietà. Le condizioni fondamentali perché il gioco sia tale e prosegua fino al termine sono: - i bambini seguano le regole ovvero non esiste il gioco privo di regole; - ci sia il passaggio nel simbolico ovvero nel far finta di. Passare dalla realtà alla fase simbolica non è sempre facile ed è necessario supportare e coinvolgere con una corretta narrazione ogni passaggio. Questo momento è più o meno consapevole a seconda dell’ età ma è sempre tale da costringere chi gioca a entrare in relazione con l’ altro o con l’ oggetto del gioco. Il gioco è una attività simbolica in cui ognuno assume un ruolo e lo deve giocare fino in fondo attenendosi alle regole che il ruolo richiede. Gli obiettivi presenti nelle attività ludiche sono molteplici e prevedono: lo sviluppo della creatività; lo sviluppo della logica; lo sviluppo di qualità come la generosità, l’ altruismo, la lealtà, la costanza e lo spirito di osservazione; il miglioramento della psicomotricità; il superamento della pigrizia; lo sviluppo della conoscenza di se stessi e degli altri; l’ apprendimento di nozioni e abilità nuove (costruire, comunicare esplorare, superare i propri limiti e paure). Il metodo scout per concludere potrà essere d’ aiuto e supporto alla prassi educativa quotidiana - con i bambini tutti e con quelli disabili - e stimolare gli insegnanti ad adottare queste strategie didattiche già presenti nella metodologia scout: adottare dinamiche cooperative anche con i bambini, attraverso l’ esperienza delle relazioni in gruppi di lavoro o di gioco. Ciò ci permetterà di individuare le strategie migliori da adottare o non adottare per poter lavorare quotidianamente in classe. Adotteremo interventi educativi che verranno seguiti in staff organizzativo tra colleghi e li riproporremo ai bambini sotto forma di giochi didattici e gruppi di lavoro. analizzare una metodologia di intervento non solo dal punto di vista teorico e formativo ma anche pratico, che ci permetterà di considerare i bambini in maniera meno schematica, dando modo alle altre figure educative (scolastiche, famigliari ed extrascolastiche) di intervenire nelle valutazioni e nelle analisi: il cammino è comune poiché questi soggetti sono inseriti nella società e tutti gli educatori scolastici ed extrascolastici devono essere tra loro in interazione. ripensare al concetto di istruzione: non più solo un gruppo di bambini coetanei soggetto passivo - che si adattano ai programmi ministeriali a loro impartiti in classe - ma soggetti attivi ricchi di doti da far emergere e confluire assieme agli altri. considerare ogni individuo per quello che realmente è, può o non può rappresentare su di sé e sugli altri.

Attraverso continue relazioni ogni soggetto della classe entra in comunicazione con l’ altro: ogni alunno è portatore di bisogni speciali, di esperienze, vissuti personali, competenze. Oggi è davvero importante stabilire con soggetti da educare un rapporto di interscambio, nel quale l' aspetto ludico riveste un ruolo di primo piano. Favorendo il dialogo attivo e la scoperta di leggi sociali il gioco rende i soggetti attivi e tra loro partecipi, e si dimostra come una valida possibilità per fuggire dalla monotonia della vita attuale piena di schemi preconfezionati. Continuando su questa strada ci si potrà accorgere - come è successo a me - che l' aspetto ludico puo' favorire nei propri educandi la riflessione personale e la trasmissione di valori da tempo oramai scomparsi dalla nostra routine quotidiana. L' educatore però dovrà far attenzione a non influire più di tanto nella conduzione, poichè c'è il rischio di danneggiare la spontaneità con cui i soggetti agiscono, rendendo invece tutto meccanico. In particolar modo se consideriamo il procedere di una riunione tipo di sport, di scoutismo o di altre agenzie in cui siano presenti il gioco e il movimento, questa dovrà sempre tenere ben presenti i criteri dello sviluppo armonico del soggetto, dei rapporti con le famiglie o con altri soggetti. Operando non dovremo tener conto di critiche infondate, ma la vera riprova della nostra programmazione di lavoro sarà data dagli atteggiamenti dei nostri ragazzi.

Lucio Vilevich

Prima di chiudere questa interessantissima riunione e di ringraziare in pari modo i relatori per la competenza e la passione che hanno dimostrato sul tema e tutti i presenti per la loro viva attenzione, che ha confermato l' attualità che il metodo scout riveste anche dopo 100 anni, e in particolare a Trieste, dove esiste la maggiore percentuale di scout rispetto ad ogni altra provincia italiana, vorrei sottolineare un aspetto del movimento che forse non viene tenuto sufficientemente in conto. Baden-Powell, oggi è stato dimostrato, dà grande importanza al gioco come addestramento delle capacità psicofisiche e come osservanza delle regole in ogni aspetto della competizione; ma nella vita non sempre, anzi piuttosto di rado, s' incontrano competitori rigorosi nel rispetto delle regole, quindi davanti ai giovani va messa la prospettiva che, oltre ad attenersi personalmente alle regole convenute, devono "essere preparati" a presentarsi come combattenti nell' esigere il rispetto della legalità e del diritto, ben lontani dall' immagine dello scout solo "bravo ragazzo"; e questo anche quando le regole diventano obsolete ed ingiuste, per invocarne di nuove e più eque. Non possiamo infatti dimenticare che lo scoutismo nasce nell' ambiente della democrazia britannica, pragmatica e flessibile rispetto alle esigenze che mutano nel tempo, mentre da noi l' adeguarsi con troppo rispetto all' esistente può anche avere il significato di rinunciare ai propri ideali: e ai nostri ragazzi credo che questo non si possa proprio chiedere. Grazie a tutti.

Note biografiche

Alessandro FlegoNato a Trieste nel 1976, diplomato in psicopedagogia, laureato in scienze dell' educazione, esperto dei processi formativi. Dal 2000 al 2005 educatore presso il Comune di Trieste per il sostegno di minori disabili nei ricreatori e scuole dell' infanzia. Dall' aprile 2006 ha conseguito la specializzazione polivalente statale per l' insegnamento ai minori disabili nella scuola statale di base (infanzia e primaria). Attualmente lavora a tempo indeterminato come insegnante di sostegno specializzato presso scuole statali nelle provincie di Trieste e di Gorizia.E' stato educatore scout in qualità di vice capo branco dal 1995 al 2001, dopo aver a sua volta frequentato da ragazzo la branca lupetti, poi gli esploratori e i rover.

Luigi Milazzi Laureato in Filosofia è studioso di problemi educativi. E’ autore del volume “I ricreatori comunali a Trieste: politica scolastica ed Irredentismo” che è diventato un punto di riferimento per gli studiosi delle istituzioni educative locali. E’ stato fino al 1992 dirigente della Cassa di Risparmio di Trieste. Opera nei settori della cultura cittadina con diversi incarichi di responsabilità. Ha promosso la Fondazione Internazionale Trieste per il progresso e la libertà delle scienze, Abdus Salam, annessa al centro Internazionale di Fisica Teorica, di cui è socio fondatore, ed è presidente onorario del Centro Unesco di Trieste. Scout del GEI, ha ricoperto incarichi sezionali fino al 1963. Negli anni ‘70 ha presieduto la Commissione nazionale per il nuovo statuto e, nominato Commissario centrale per il Nord Italia, ha svolto le funzioni di Capo Scout insieme agli altri due commissari centrali Zagami e Canudo, fino all’ applicazione dello statuto stesso. E’ autore di numerosi articoli e saggi: Politica scolastica e irredentismo, Del Bianco, Udine 1975; Ricordo di Antonio Viezzoli - L. Milazzi, F. Marinelli, G. Trevisan - Trento, 1987; Testimonianze su Biagio Marin - M. Cecovini, B. Maier, L. Milazzi, F. Monai, L. Sanson - Grado, 1990-1991; Lions Club Trieste Host - Quarant’ anni di Service, Trieste, 1998 [a cura di Luigi Milazzi]; Universita della terza età di Trieste: vent' anni di storia, 1982-2002 - [a cura di Luigi Milazzi], Trieste, 2002; “La Cassa dal ritorno dell’ Italia agli anni Settanta” in La Cassa di Risparmio di Trieste 1842-2002, Laterza, Bari 2005 - [Comitato di coordinamento editoriale: Tito Favaretto (presidente), Giacomo Borruso e Luigi Milazzi]; La Stanza degli Specchi - Riflessioni sulla dignità della persona umana in relazione ai problemi del nostro tempo, edizioni del Centro Unesco di Trieste, Trieste, 2008; Lions Club Trieste Host - 50 anni di service, Trieste, 2008 [Testi di Luigi Milazzi].

Lucio Vilevich Diplomato al Liceo scientifico e artistico, con studi d' Ingegneria Civile, ha ricoperto il ruolo di funzionario presso il Lloyd Triestino di navigazione, impegnato nel settore crociere e telecomunicazioni. Segretario provinciale del sindacato trasporti e della Camera del Lavoro UIL, ha dedicato particolare attenzione al lavoro giovanile, anche nell' attuale ruolo di responsabile di lega pensionati. Studioso della storia locale, si occupa di progetti che valorizzino le caratteristiche della città. Scout e dirigente del CNGEI dal 1947 al 1963, ha contribuito a riorganizzare la sezione di Trieste applicando il metodo scout secondo gli indirizzi originali di Gilwell Park. Nel 1976 è stato cofondatore assieme al prof. Adolfo Steindler dell' AMIS - Amici delle Iniziative Scout - e successivamente presidente dell' Associazione e promotore dell' Ostello Scout di Campo Sacro.

Giuliana Spizzamiglio Bagliani Insegnante elementare a riposo, socia fondatrice e collaboratrice dell' Associazione Scout AMIS, segretaria provinciale e regionale del sindacato Gilda degli Insegnanti.

Gianna Grandis Insegnante elementare a riposo, per molti anni dirigente scout nella branca Lupetti, collaboratrice dell' Associazione Scout AMIS.

Created by rosalba
Last modified 30-09-2008 20:43
 

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